mercoledì, 26 febbraio 2020

Riforma BCC: l’ora della “scelta”

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E’ a quanto pare appena scaduto il termine entro il quale gli intermediari intenzionati ad assumere il ruolo di capogruppo nazionale o provinciale erano tenuti a dare formale comunicazione.

Si avvia dunque il cantiere della riforma del sistema del credito cooperativo dopo la lunga e perigliosa fase di progettazione.

Quanto alle Capo gruppo dovrebbero ormai aver già consegnato i piani con cui illustrare, nel dettaglio, le azioni che intendono intraprendere per assicurare il rispetto, in un arco di tempo definito e contenuto, di tutti i requisiti, sia di patrimonio netto sia di altro tipo, richiesti dalla normativa ai fini dell’assunzione di tale ruolo. Interessante sarà la scelta delle figure apicali, tanto più che Banca d’Italia ha auspicato la valorizzazione di merito e personalità “di livello europeo”, visto la necessità di interloquire con la Bce e le altre authority europee.

Le stesse  BCC interessate dalla riforma, in occasione dell’approvazione del bilancio 2016, sono tenute a deliberare in assemblea a quale gruppo intendono aderire, comunicandolo alla rispettiva capogruppo e alla Banca d’Italia entro i successivi 10 giorni. E, in un gioco prospettico, a fondersi. Banca d’italia infatti con la comunicazione del 4 gennaio 2017 ha invitato le BCC a realizzare con tempestività i processi aggregativi al fine di rafforzare la stabilità dei singoli intermediari e dell’intero sistema del credito cooperativo. Del resto l’obiettivo è ben chiaro: agevolare il conseguimento di livelli di efficienza adeguati al nuovo contesto competitivo (quale si è andato delineando con l’Unione bancaria e l’accelerazione impressa, tra l’altro, dall’evoluzione tecnologica), nonché ampliare le fonti di finanziamento delle banche cooperative, anche attraverso l’eventuale accesso delle capogruppo al mercato dei capitali, con l’attenzione per gli ilteriori benefici attesi in termini di miglioramento dei meccanismi di governance e impulso alle necessarie azioni di razionalizzazione e ammodernamento del sistema, anche con riguardo alle reti distributive.

Fallito il progetto della  costituzione di un Gruppo Bancario Cooperativo nazionale unico, pare che a Via Nazionale  si aspettino la costituzione di massimo tre gruppi che, da normativa, hanno tempo fino a maggio 2018. Tuttavia pare che le operazioni di concentrazione avverranno prima  e ciò porterà ad una riduzione del numero dei gruppi bancari dagli attuali 486 a poco più di 120. Certo è che anche le BCC più virtuose dovranno fare i conti con la perdita di autonomia a favore degli stringenti poteri di coordinamento e controllo della capogruppo, e che la primavera 2017 si prospetta più calda che mai. Sarà maggio infatti, orientativamente, il mese in cui si scioglieranno molti nodi e le sensazioni si trasformeranno in comunicazioni ufficiali di adesione. Per ora “le voci di corridoio” danno per quasi certa la volontà di circa cento istituti di aderire alla Banca Centrale trentina mentre su ICCREA regna la totale riservatezza. Del resto quest’ultima non ha problemi di capitale richiesto, mentre è tutto da decidere per la prima in termini di contributo in vista del miliardo richiesto dalla legge.

L’obiettivo è – come è noto – la stabilità attraverso l’adozione di modelli organizzativi con aspirazioni di europeità e la regola ribadita è – in questa fase – quella della non discriminazione:  niente selezione tra le banche “migliori” e pari trattamento per quelle in difficoltà.

Insomma i prossimi mesi saranno impegnativi per le BCC , contese tra i tanti dubbi e qualche intima certezza come quella che è arrivato ormai il tempo della scelta.

La riforma delle BCC nella riflessione del dott. Valentini

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Riforma BCC - Banca d'Italia
Banca Credito Cooperativo

Invio queste riflessioni sul tema della riforma delle BCC, a margine delle puntuali considerazioni svolte dal dottor Corsini del quale ho apprezzato il valore e il rigore professionale di ispettore di Banca d’Italia allorquando, già in quella veste, nel corso di alcuni nostri incontri tecnici, tratteggiava anche il futuro di queste banche, qual è venuto poi delineandosi.

La mia, dicevo, è oggi una testimonianza da osservatore esterno e quindi senza suggestioni ma che ha attraversato la storia delle Casse Rurali ed Artigiane per quasi 30 anni, iniziando dai primi anni ’80, quando ancora si facevano chiamare Movimento del credito cooperativo, i cui perni erano rappresentati dalle Federazioni locali, per l’assistenza tecnica alle Associate (chiamate anche Consorelle) e da ICCREA (la banca delle CRA).

Ho vissuto nelle fibre tutte le più importanti vicende che hanno scosso e scritto la storia della Cooperazione di credito, specie in Toscana, e in particolare lo stravolgimento istituzionale, di cui oggi nessuno parla più, rappresentato dal passaggio dalla legge bancaria di cui al R.D.L. 12 marzo 1936 n° 375 al Testo Unico Bancario adottato con D.Lgs. 1 settembre 1993 n° 385.

Si trattò di una rivoluzione copernicana, tanto per continuare con i retrogusti alla Newton (con un pizzico di Battiato) preparati in salsa Hegel dal nostro Chef che ha confezionato la sua ricetta per andare preparati all’imbandito desco della riforma, ed evitare diete bulimiche prima e terapie anoressiche dopo. Sì, perché la riforma del 1993, ammettendo la c.d. despecializzazione temporale e operativa ha aperto all’abbuffata del  modello unico di “banca universale”.

E la migliore chiave di lettura è quella di ricordare, sia pur per sommi capi, il contesto normativo del 1936: una legislazione necessitata da accadimenti poi consegnati alla storia (ricordarsi della circolarità della storia), che sanciva sostanzialmente:

  1. il principio della specializzazione temporale e territoriale del credito, secondo la sua destinazione e la sua natura distinguendo tra banche vocate al credito finanziario e al credito commerciale; banche di credito ordinario che dovevano gestire il credito a breve (entro 18 mesi) e istituti di credito che dovevano gestire il medio-lungo termine (oltre i 18 mesi);
  2. il c.d. pluralismo istituzionale, in base al quale le banche e anche un numero ristretto di istituti di credito speciale, venivano suddivisi in pubblico e privato;
  3. il principio della separatezza tra banca e industria”, con l’introduzione del divieto dei rapporti di partecipazione azionaria delle banche nelle imprese e viceversa, al fine di evitare commistioni pericolose fra attività imprenditoriali diverse da quelle bancarie e finanziarie e vere e proprie attività bancarie ed evitare che soggetti facenti capo ad attività imprenditoriali potessero disporre di una banca da usare in modo distorto rispetto al compito della “banca istituzione”, come ritenuta allora.

A corollario della norma base, il legislatore promulgò altre discipline primarie destinate alle Casse di risparmio e alle Banche Popolari (tanto per rimanere nell’attualità). Anche le Casse Rurali ed Artigiane ebbero nel 1937 il loro testo unico, dettato non senza ragioni, con una visione se si vuole “protezionistica”, tant’è che all’art.21 limitava l’attività di ciascuna “Cassa rurale ed artigiana” al territorio del comune nel quale aveva sede potendo tuttavia essere autorizzata ad operare in uno o più comuni limitrofi, sempreché ivi non fosse presente altra “Cassa rurale ed artigiana” o questa fosse insufficiente ai bisogni locali; e all’art. 31 disponeva la fusione allorquando in uno stesso comune fossero in funzione più di una “Cassa rurale ed artigiana”.

Questa è stata la regolamentazione in vigore fino al 1993 e mi è sempre echeggiata l’affermazione lapidaria di Piero Barucci, già presidente dell’ABI e del Monte de Paschi che ospite in veste di Ministro del Tesoro ad un convegno organizzato dalla Federazione Toscana alla vigilia dell’entrata in vigore di quella (improvvida) riforma, nel suo saluto ammonì a non “scimmiottare” le banche più grosse e a conservare la “peculiarità delle origini” perché diversamente sarebbe stata la fine delle Casse Rurali ed Artigiane (sic!).

Con l’abrogazione delle fascistissime norme ci siamo così spalancati al liberalismo dell’Europa e al liberismo della globalizzazione; anche le BCC si sono sentite maggiorenni e desiderose di aprirsi e di misurarsi con tutte le esperienze della nuova industria bancaria purché in ottica di una sana e prudente gestione ma nel rispetto di una congerie di disposizioni amministrative e di controllo, tra norme sovranazionali e regolamentari – al cui confronto quelle del ventennio erano pannicelli caldi – e che inducono a chiedersi, in cotanto strame: quis custodiet custodies ?

Ciò nonostante, questa evoluzione di contesto ha assistito anche al ritorno di argini con risibili limitazioni, alle partecipazioni incrociate tra banca industria (ormai non più banca istituzione) e restante mondo imprenditoriale, introducendo il divieto di interlocking di cui all’art. 36 D.L. 201/2011, per arrivare poi, in tempi attuali, ad importare il bail in che, almeno per magra consolazione, possiamo pronunciare alla genovese. 

Nel frattempo il Movimento del credito cooperativo si è voluto anche autoreferenziare in Gruppo Bancario (Iccrea), dopo avere a lungo trascinato in discettazioni e molto investito in risorse, nel progetto di costituzione del gruppo paritetico cooperativo (cfr. art. 2545 septies cod. civ.) mai decollato, come sta a dimostrare le riforma appena sfornata.

E se non si è arrivati da nessuna parte lo si deve alle guerriglie sui sistemi informativi, alle schermaglie sulla rappresentatività nelle strutture centrali lasciando che i mediocri, ormai abbandonata la stazzonata casacca di ex cooperatori del credito perché assurti a nuovi banchieri con cravatta e doppio petto, rafforzassero la propria fortuna con il consenso asservito alla ragnatela di poteri già avviata nelle periferiche satrapie, intessendo apparentamenti nepotistici da scambiare poi anche con incarichi di amministrazione in società satellite del Gruppo, per consolidare, con l’autorevolezza della nuova visibilità, il ruolo proprio e dei loro sodali, e blindare il sistema diventato BCC con una classe dirigente sempre più simulacro di sè.

Non nascondo di avere sorriso con un misto di amarezza e di tristezza, quando Corsini ha evocato nel suo primo intervento la necessità e l’urgenza di affrontare la riforma con un approccio anche dello spirito, una sorta di fenomenologia (hegeliana), perché mi è ritornato vivido il ricordo di quando Paolo Viviani, conosciuto “tardivamente”, accettò di seguire i miei pressanti inviti per tentare di ricompattare tutte le BCC della Toscana e si recò per questo in Federazione dove non aveva più rimesso piede dopo la sua uscita, per incontrare il presidente e il direttore di allora.

La storia di questo piccolo mondo, se tutti i protagonisti di allora avessero mirato meno al consenso da cabotaggio e più al progetto imprenditoriale da mettere in campo, avrebbe avuto forse tutt’altra fortuna.

I fatti andarono nel senso meno auspicato ma occorre ricordarli per non ripetere gli stessi errori. E anche Viviani non potrà più essere d’aiuto.

Quanto a me, qualche anno dopo il Destino avrebbe serbato in sorte il coccio di vaso di terracotta con l’ostracismo; ho il rammarico di essere incorso in errori di valutazione ma non ho lasciato debiti di committenza; continuo perciò a conservare la sufficiente memoria storica di fatti e persone per poter affermare che questa o un altra riforma non interromperà il declino di una esperienza che viene da lontano e che si è voluto affrontare con vieti stilemi.

Corsini è persona troppo accorta e tecnicamente attrezzata per farsi sfuggire che all’elenco delle cose da fare c’è da aggiungere il nocchiere della buona navigazione, perché caso mai in passato ci fossero stati demiurghi – e il ricordo va a Renzo Zelari, la figura nobile che il Movimento, non solo toscano, ha espresso insieme a Marsili Libelli, ma che non si è mai considerato tale – occorre allontanare l’idea di quanti ancora oggi vorrebbero traghettare le BCC nella riforma, per continuare con le ubbie politiche e personali a occupare gli scranni dai quali hanno personificato, con una democrazia recitativa, la cooperazione di credito.

Ma le BCC hanno comunque al loro interno tanti esponenti e dirigenti che con preparazione e intelligenza sapranno affrontare le sfide e auguro loro di cuore, se questi gusci di banche, come li ha definiti il Nostro, potranno avere ancora un futuro, che sappiano riscoprire i principi che appartengono alla tradizione e alla cultura più autentica della “banchina”, recuperare il senso originale della solidarietà e della sussidiarietà – concetti questi disconosciuti dall’odierno legislatore – per avere finalmente il coraggio di una autentica nemesi tornando ad affermare, parafrasando Manzoni, che il buon senso esiste ma non deve stare nascosto per paura del senso comune.

Rivoluzione Bcc: intervista al Dott. Paolo Giuseppe Grignaschi

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La riforma della Bcc è ormai pienamente operativa ed i progetti, le idee, i dubbi e le supposizioni che si sono rincorse in tutto il movimento in questo ultimo anno, si trovano ormai a doversi “scontrare” con la realtà sempre più prossima. A questo punto è forse legittimo chiedersi: questa riforma può essere davvero una risposta efficace alla debolezza del modello societario, contestata alle BCC?

Questo dipenderà da come verrà costruita. Quello che è certo è che la riforma si innesta in un contesto generale che vede il sistema bancario, nel suo insieme, di fronte a difficoltà che impattano direttamente sulla continuità del loro modello di attività e sul ruolo storicamente svolto nell’ambito dell’economia. Penso al tema delle sofferenze, dell’evoluzione tecnologica, del livello dei tassi di interesse, delle tendenze alla disintermediazione. Anche l’attività bancaria legata alla cooperazione di credito si deve confrontare con questa realtà, sulla quale sembra prevalere una tendenza – sia a livello di policies internazionali che di dottrina – al consolidamento, all’apertura al mercato dei capitali, al conseguimento di economie di scala. La riforma va inquadrata anche in questa lettura.

Uno dei punti chiave riguarda la figura della “capogruppo” ma sin dalle prime letture dei testi normativi è sorto un dubbio: rappresenterà una opportunità o rischia di diventare una “camicia di forza” per le BCC?

Sicuramente, nell’ottica della singola BCC, che magari ha costruito negli anni un buon posizionamento a livello micro-territoriale e che vanta buoni risultati, il consolidamento e la figura della Capogruppo possono essere visti come un’ingerenza limitante,  una “camicia di forza”. Se al contrario si abbraccia la logia e la visione di Gruppo, la riforma può costituire un’opportunità di crescita e guadagno di competitività. E’ questione di prospettiva.

C’è il rischio inoltre questa Riforma trasformi le BCC in semplici sportelli della capogruppo?

Il risultato in questo caso sarà direttamente correlato alle scelte organizzative che saranno prese. L’articolazione territoriale del gruppo, il suo baricentro, saranno a mio avviso temi centrali. Anche in questo caso però, tali scelte risulteranno tanto più efficaci quanto più legate ad una visione di sistema guidata da logiche di tipo imprenditoriale improntate all’efficienza e alla razionalizzazione.   

L’adozione di una nuova filosofia potrebbe paradossalmente pregiudicare il mantenimento di condizioni patrimoniali adeguate da parte delle BCC o il risultato – in termini economici- sarà in ogni caso migliorativo?

L’obiettivo è quello di rendere il sistema più stabile, superando quei vincoli che oggi non consentono un ricorso tempestivo al mercato dei capitali in caso di necessità, con un approccio di risk management di gruppo che persegua nel continuo la migliore allocazione delle risorse in termini di rischio/rendimento. Anche in questo caso, la posizione del singolo non è detto che sia migliorativa; ci auguriamo che quella consolidata d’altro canto lo sia.

In attesa delle Disposizioni attuative, è possibile immaginare cosa ne sarà, veramente, del fine mutualistico? E ancora, il modello cooperativo ne esce indebolito o, al contrario, può essere questa un’occasione per farlo uscire rafforzato?

Il fine mutualistico sarà salvaguardato facendo leva su scelte organizzative in grado di valorizzare l’originalità del nostro modello, sulla scia di significative esperienze europee di cooperazione di credito. Serve in questo senso un giusto bilanciamento fra la visione e le scelte di tipo imprenditoriale e la tutela del principio mutualistico e del rapporto con i soci. Se viene meno questo si rischia l’equiparazione ai grandi gruppi tradizionali, senza però i dovuti livelli di efficienza interna.

Un passaggio fondamentale riguarda le scelte che in queste settimane le singole realtà hanno fatto e da cui dipenderà il prossimo futuro che, a suo avviso, sarà disgregativo o favorirà soluzioni principalmente aggregative?

La tendenza è stata sicuramente aggregativa. Ho già avuto modo di dire che la “way-out” in realtà si è trasformata in “way-in” e si sono rivelate un numero maggiore le BCC già – per vari motivi – fuori dal sistema ad essere rientrate che quelle che effettivamente ad essere uscite. Il credito cooperativo ha comunque rappresentato – con i suoi limiti –  un valido ombrello per tutto il sistema. Questa particolare fase di mercato può aver scoraggiato poi singole iniziative di trasformazione, anche in considerazione dei costi, anche di natura fiscale, connessi con l’operazione.

Ed a proposito di futuro, cosa ne sarà delle Federazioni?

Le Federazioni possono giocare un ruolo importante nella futura articolazione del gruppo, a patto che rivedano il proprio modello di attività e soprattutto si consolidino in sei o sette realtà, perseguendo economie di scale e efficientamento interno. Le Federazioni – anche se non in maniera uniforme – erogano ad oggi servizi, anche in totale outsourcing, che le BCC non potrebbero sostituire a breve termine. Questi processi vanno ridisegnati nell’ambito del modello organizzativo di gruppo, assegnandoli ai vari livelli secondo logiche di razionalizzazione interna.

In questa fase strutturale tutte le energie sono concentrate sugli assetti di cui dotarsi, ma prima o poi bisognerà spiegare questa evoluzione ai propri clienti: è un dato che vi preoccupa o confidate che ciò non pregiudicherà l’attuale qualità del rapporto con la clientela?

Bisogna dimostrare ai clienti di valere la loro fiducia. Il cliente prima di tutto valuta il servizio offerto e la sua esperienza con la banca. La costruzione del gruppo bancario cooperativo non può che essere orientata ad un unico fine: servizi più competitivi per i nostri clienti e vantaggi reali per le nostre compagini sociali. Su questo terreno si giocherà la partita del rapporto con i clienti e, in generale, della competitività.

Che si tratti di una piccola rivoluzione è ormai assodato così come è chiaro che essa sia una, delle tante conseguenze, di un sistema europeo bancario provato dalla crisi, ma serviva davvero per il credito cooperativo una riforma di tale entità o si finirà per sussurrare che, tanto per cambiare, “si stava meglio, quando si stava peggio”?

Questo è un atteggiamento che purtroppo sta riguardando sempre più insistentemente la situazione economica e sociale generale del nostro Paese. In questo contesto, potremmo dire che il “peggio poteva essere molto peggio”. Come accennato, l’attuale fase di mercato non lascia spazio alla frammentazione e alla perdita di competitività: l’era della BCC completamente indipendente, operante in forma “atomistica” credo possa dirsi conclusa, bisogna anche saper guardare avanti. 

Riforma BCC: cosa non piace a Banca d’Italia

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Riforma BCC - Banca d'Italia
Banca Credito Cooperativo

Non convince ancora il decreto legge sulla riforma del Credito Cooperativo italiano, che raccoglie le riserve della stessa Banca d’Italia per mezzo di un intervento in cui, il Capo della Vigilanza ne ripercorre, capo per capo, le criticità.

Pare che infatti il progetto legislativo non sia in grado di sopperire alle debolezze del modello di governance delle Bcc, alla necessità di essere più competitivo e soprattutto all’altezza dei nuovi standards della vigilanza europea. Sebbene esso si muova nella giusta direzione in via di principio, nel dettaglio tuttavia adotta soluzioni che mostrano evidenti criticità.

Prima fra tutte la previsione sui poteri di nomina della capogruppo che nella formulazione della norma appare incoerente con la ratio della riforma. La limitazione infatti dei poteri di nomina e revoca nei soli casi “motivati ed eccezionali” (articolo 37-bis, comma 3, lettera b), n. 2) renderebbe deboli i poteri di direzione e coordinamento della capogruppo, con pregiudizio per la stabilità delle singole banche e del gruppo nel suo complesso. Dunque ampliare i poteri di nomina e revoca, non limitandoli soltanto a casi “eccezionali”, auspica Barbagallo.

Fa sempre capo alla capogruppo l’altra criticità riscontrata e relativa alla titolarità del capitale. La norma dispone che la maggioranza del capitale della capogruppo sia detenuta dalle BCC aderenti al gruppo, ma occorrerebbe prevedere la possibilità per le autorità di autorizzare le BCC a scendere sotto la soglia della maggioranza del capitale della capogruppo nei casi di difficoltà patrimoniali  e  favorire l’ingresso di soggetti esterni in grado di apportare i capitali necessari.

Cos’è il Way-out

  Possibilità, per le BCC aventi un patrimonio netto superiore a 200 milioni di euro, di trasformarsi in s.p.a. senza devolvere il patrimonio ai fondi mutualistici per la cooperazione dietro corresponsione all’erario di un’imposta straordinaria pari al 20 per cento delle riserve.

Altro tema principale è il c.d. way-out in termini di coerenza e compatibilita’ con la legislazione cooperativa generale e con quella speciale delle banche di credito cooperativo, nonché con i principi costituzionali rilevanti in materia, tra cui la libertà d’iniziativa economica, la tutela della cooperazione mutualistica e quella del risparmi. Si aggiunga inoltre che lo stesso Barbagallo sottolinea come la misura prevista per l’imposta straordinaria rischia di concedere vantaggi ingiustificati a chi esercita l’opzione di uscita, risultando inferiore al complesso delle agevolazioni fiscali ricevute dalla cooperativa nel corso del tempo. Dunque una tale previsione andrebbe maggiormente contestualizzata magari prevedendo che tale facoltà sia esercitabile in un circoscritto arco temporale e soltanto da quelle BCC che presentino il richiesto ammontare dell’aggregato patrimoniale a una precisa data passata di riferimento.

Vi sono poi delle precisazioni che vengono fatte circa l’opportunità di alcune scelte fatte dal legislatore quale quella di attribuire al MEF competenze normative di attuazione troppo tecniche che invece, sarebbero più correttamente da attribuire alla stessa Banca d’Italia quale autorità creditizia anche alla luce del recepimento della Direttiva CRD IV.

Dubbi poi permangono su scelte redazionali poco chiare, come nel caso dell’art.150 bis Tub relativo alle azioni di finanziamento nonché sulla scelta di eliminare la possibilità, prevista dall’art.36 Tub, per le Bcc di fondersi in una banca popolare previa la dovuta autorizzazione.

Non rimane che aspettare l’esito della conversione al fine di capire se vi è stata una sensibilità del legislatore nel cogliere i suggerimenti che, in questi giorni frenetici, sono giunti da più parti peraltro accomunate –  seppur nella eterogeneità delle istanze rappresentate – dalle medesime preoccupazioni. Il che dovrebbe far riflettere, probabilmente, sulla fondatezza delle stesse.

Organismo Confidi 112 al via

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Con comunicazione del 10 febbraio 2020 si annuncia l’avvio della gestione dell’Elenco dei confidi ai sensi dell’art. 10, comma 8-quater del decreto legislativo 13 agosto 2010 n.141. Ne viene nominato nel 2016 il consiglio di gestione con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze che il 30 agosto 2019 approva Statuto e Regolamento. Come primo atto vengono rese note le modalità di iscrizione all’elenco e definiti i criteri di iscrizione e contribuzione annuale. 

Vedi la comunicazione…

OAM Nuova Circolare SCI

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Pubblicata il 22 maggio 2019 la Circolare OAM n.21. Sottolineata l’importanza di un Sistema dei Controlli Interni ben articolato, funzionante ed efficiente e confermata l’obbligatorietà almeno della Funzione Antiriciclaggio e Compliance nonché l’esigenza di un continuo monitoraggio dei rischi legali e reputazionali del mediatore e l’irrilevanza delle minori dimensioni aziendali per derogare agli obblighi previsti in tal senso.

Leggi la circolare…

L’impatto delle disposizioni organizzative antiriciclaggio sui mediatori creditizi

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In Gazzetta ufficiale dell’8 aprile 2019 sono state pubblicate le nuove “Disposizioni in materia di organizzazione, procedure e controlli interni volti a prevenire l’utilizzo degli intermediari a fini di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo” emanate da Banca d’Italia il 27 marzo.

Tale provvedimento dà attuazione, nella materia di riferimento, alle previsioni contenute nel D.Lgs. n. 231/2007, come modificato dal D.Lgs. n. 90/2017, di recepimento della IV Direttiva antiriciclaggio e si colloca, in una fase già ricca di aggiornamenti per le società di mediazione delle normative che interessano il perimetro dei controlli di secondo livello, benché in tal caso esse non le coinvolgano direttamente.

Ciò tuttavia non toglie che si dedichi ad esse un’attenta lettura, se non altro per prendere atto della crescente attenzione del legislatore – in ogni ambito – per il requisito organizzativo quale presidio di conformità e dunque la necessaria valorizzazione che anche il mediatore deve ad esso, nonché per il fatto che in ogni caso vi è un richiamo espresso indiretto laddove si affronta il tema del ricorso a reti esterne da parte dei destinatari della norma.

A proposito di coinvolgimenti indiretti vale la pena richiamare il D.Lgs. 18 maggio 2018 n. 60 sugli strumenti di cooperazione amministrativa nel settore fiscale, con il quale in attuazione della a Direttiva UE 2016/2258 le Autorità fiscali vengono dotate di poteri di accesso alle informazioni antiriciclaggio, non solo nello scambio di informazioni, ma anche nell’ordinamento interno, precisando che agli uffici dell’Agenzia delle entrate e alle articolazioni operative della Guardia di Finanza è consentito l’accesso ai documenti, ai dati e alle informazioni acquisiti in assolvimento degli obblighi di adeguata verifica della clientela e nel caso in cui i suddetti documenti, dati e informazioni siano nella disponibilità ad esempio dei mediatori, l’Agenzia delle entrate si avvale della Guardia di finanza. Qualora poi all’esito di tali attività emergano significative evidenze, indicative di violazioni antiriciclaggio, sarà possibile l’avvio nei confronti dei citati soggetti di un’ispezione o un controllo in materia antiriciclaggio.

Tornando alle Disposizioni in commento va preliminarmente chiarito come le nuove norme, sostanzialmente, disciplinino gli obblighi previsti dal citato Decreto del 2017, confermando i presidi richiesti dalle precedenti disposizioni secondarie e valorizzando  ulteriormente i compiti della Governance in materia di antiriciclaggio, arricchendo (e in alcuni casi rinforzando) il novero di adempimentI e responsabilità dei protagonisti del presidio (dal Responsabile antiriciclaggio a quello SOS) nonché dedicando un’apposita sezione alla c.d. autovalutazione del rischio.

La Sezione IV denominata “Presidi in materia di rete distributiva e mediatori” della Parte Quarta, di fatto interessa anche le società autorizzate da OAM, confermando il preesistente obbligo di cooperazione con l’intermediario finanziario – destinatario diretto delle disposizioni in commento, in presenza di “un più elevato rischio di riciclaggio”.

In tal caso, se è richiesta una verifica rafforzata della clientela, l’intermediario può avvalersi dei dati e delle informazioni già raccolti dal mediatore, appurando la correttezza degli adempimenti compiuti per l’identificazione della clientela e controllando che il flusso informativo sia tempestivamente trasmesso ai fini degli obblighi di conservazione, con la precisazione che, l’intermediario interrompa ogni rapporto con il mediatore qualora accerti gravi inadempimenti da parte di questo nell’esecuzione degli obblighi antiriciclaggio.

Class action, OK dal Senato

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3 aprile 2019. Il Senato con 206 Sì ha approvato il Ddl  riforma della Class action che diventa definitivamente legge: non sarà retroattiva e potranno essere attivate class action su danni successivi all’entrata in vigore.

1° aprile, parte la Commissione bancaria

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Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 77 del 1 aprile 2019 la legge 26 marzo 2019 n. 28 di istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario e finanziario.

OAM e GdF

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22 marzo 2019. Firmato un protocollo d’intesa tra la Guardia di Finanza e l’Organismo degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi (OAM) per rafforzare la collaborazione nella lotta all’abusivismo finanziario e al riciclaggio.

Leggi il comunicato stampa…

Trasparenza bancaria senza fine

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Con provvedimento del 19 marzo 2019 Banca d’Italia apporta ulteriori modifiche (rispetto a quelle già recentemente apportate con provvedimento del 5 dicembre u.s.) alle disposizioni relative alla “Trasparenza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari. Correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti adottate il 29 luglio 2009″.

L’intervento– che per certi versi consegna un testo frastagliato – è il frutto di un’opera di recepimento eterogeneo della normativa europea e di orientamenti delle autorità sovranazionali, arricchiti dai risultati emersi dall’attività ispettiva e di vigilanza in materia di tutela della clientela, portata avanti da Banca d’Italia. Nello specifico, con le modifiche apportate si da attuazione alla direttiva 2015/2366/UE (Payment Services Directive, c.d. PSD2) e al capo II-bis, titolo VI, del Testo Unico Bancario in materia di trasparenza dei servizi di pagamento e si recepisce il Regolamento 2016/1011/UE, in materia di informativa precontrattuale sugli indici di riferimento (cd. Regolamento Benchmark) che impatta sugli adempimenti al tempo introdotti con le direttive 2014/17/UE (Mortgage Credit Directive, c.d. MCD) e 2008/48/CE (Consumer Credit Directive, c.d. CCD).

Si recepiscono inoltre gli Orientamenti dell’Autorità Bancaria Europea in materia di politiche e prassi di remunerazione per il personale preposto all’offerta dei prodotti bancari e per i terzi addetti alla rete di vendita e gli Orientamenti del Joint Committee delle Autorità Europee di Vigilanza in materia di gestione dei reclami. Il risultato coinvolge diverse Sezioni interessate da interventi sostanzialmente di natura informativa e documentale mediante l’arricchimento del set di informazioni di due specifici ambiti, di recente novellazione: i sistemi di pagamento ed i finanziamenti in cui siano utilizzati indici di riferimento.Nel primo caso, la fonte normativa è la direttiva 2015/2366/UE (c.d. PSD2) recepita con il D.lgs 218 del 15 dicembre 2017, che nel promuovere un mercato dei pagamenti elettronici sempre più efficiente e tutelante per la clientela finale, arricchisce il quadro delle informazioni da fornire in sede precontrattuale (e contestualmente ad una singola operazione), definisce gli obblighi semplificati a carico dei prestatori dei nuovi servizi di pagamento di cui all’articolo 33 della PSD2 e all’articolo 114- septiesdecies del TUB, che individuano appunto il regime applicabile ai prestatori del servizio di informazione sui conti.

Entra inoltre nel merito nello ius variandi previsto dall’art.126-sexies del TUB con il richiamo al rispetto di requisiti che riecheggiano altresì l’art.118 del TUB. Fissa inoltre un termine breve di 15 giorni per offrire riscontro ai reclami della clientela, già previsto dall’articolo 101, paragrafo 2, della Direttiva PSD2. Banca d’Italia, tiene fortunatamente conto della consultazione ancora aperta sulla disciplina in materia di conti di pagamento, di attuazione della direttiva 2014/92/UE (Payment Accounts Directive, c.d. PAD) e dunque in un’ottica di coordinamento rinvia l’entrata in vigore della Sezione VI alla data prevista nel provvedimento che completerà il recepimento della PAD.

Per quanto concerne invece le operazioni di finanziamento nelle forme dei credito ai consumatori e credito ipotecario immobiliare, l’intervento recepisce le modifiche apportate nel 2016 al Regolamento 2014/17/UE dal Regolamento 2016/2011 detto anche Regolamento Benchmark, che entrato in vigore il 30 giugno 2016 si è posto la finalità di assicurare accuratezza e integrità degli indici utilizzati come riferimento (c.d. appunto benchmark) per la determinazione del valore di rimborso e del rendimento di prodotti finanziari e, nel caso in esame, imporre maggiore trasparenza in fase precontrattuale mediante la previsione di informazioni ad hoc sugli indici usati come indici di riferimento utilizzati nei contratti.

Le Disposizioni in commento dunque recepiscono gli obblighi di informativa da applicare a tutti i prodotti che rientrano nell’ambito di applicazione della disciplina sul credito ai consumatori e sul credito immobiliare ai consumatori (anche se a a tasso fisso composti da un indice e da uno spread).Di maggiore impatto gli interventi di natura organizzativa attuati per mezzo delle modifiche della Sezione XI in recepimento degli Orientamenti dell’EBA in materia di prassi di remunerazione, emanati per inibire modelli non virtuosi di incentivazione economica del personale addetto alla vendita dei prodotti.

La disciplina sulle politiche e prassi di remunerazione, invero già contenuta per gli intermediari bancari nella Circolare n. 285/2013, amplia qui il suo perimetro di operatività, coinvolgendo ulteriori soggetti ( le previsioni contenute nel paragrafo 2-quater si applicano infatti anche agli intermediari di cui all’articolo 106 del TUB, gli istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica) ma lascia fuori i Confidi c.d. minori nonché – sembrerebbe – in via diretta i mediatori creditizi.

Su questi ultimi rimane da capire se (e come) essi rimangano nel gruppo degli “intermediari del credito” che la sezione XI, al paragrafo 2-quater comunque richiama con tutto ciò che ne deriva in termini di obblighi organizzativi. Un intervento di OAM sarebbe utile a chiarire un quadro di adempimenti che per i mediatori appare sempre più intricato.

In ogni caso l’insieme dei presidi previsti conferma la ratio delle disposizioni valorizzando piuttosto che esigenze di natura prudenziale legate alla gestione degli intermediari, i diritti e gli interessi dei clienti in relazione all’offerta dei prodotti, di cui pretende sia tenuta debita – e formalizzata – considerazione.

Quanto ai tempi per adeguarsi viene chiarito che le politiche di remunerazione sono sottoposte, al più tardi, all’approvazione dell’assemblea convocata per l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio 2019.L’intervento fornisce poi l’occasione per interventi minori quali quelli in materia di Guide standardizzate, con un intento chiaramente semplificatore, ed il chiarimento che sembra giungere sui mediatori creditizi con l’espresso richiamo agli obblighi della sezione XI, paragrafo 1bis. 2 lett. a) b) f) e g) in materia di procedure interne da adottare secondo gli Orientamenti dell’Autorità Bancaria Europea sui Dispositivi di governance e di controllo sui prodotti bancari al dettaglio (oggetto del precedente intervento di dicembre 2018).

Di interesse generale, poiché applicabile a tutti i soggetti destinatari delle disposizioni (dunque anche i Confidi minori) è infine il paragrafo 3 della XI Sezione che, ancora una volta punta sul requisito organizzativo per assicurare tutela alla clientela anche in sede di reclamo. L’intervento, recettivo degli Orientamenti del Joint Committee delle Autorità Europee di Vigilanza in materia di gestione dei reclami, pretende una maggiore e più dettagliata proceduralizzazione interna agli intermediari, in cui sia attenzionata la circolarità delle informazioni, siano finalizzati i risultati emersi attraverso attività di follow up e sia, più in generale, strutturata una architettura – proporzionabile alla tipologia di intermediario – che attraverso una chiara individuazione di compiti e responsabilità assicuri adeguata e puntuale trattazione.

Da notare l’estensione del termine per rispondere ai reclami, da 30 a 60 giorni, in linea con quanto previsto per l’ACF di Consob, che – per finalità di coordinamento con la disciplina in materia di presentazione dei ricorsi all’Arbitro Bancario Finanziario in fase di emanazione– si applica a partire dalla data che sarà indicata nel provvedimento di adozione delle modifiche alle disposizioni della Banca d’Italia sui sistemi di risoluzione stragiudiziale delle controversie in materia di operazioni e servizi bancari e finanziari.Le nuove previsioni – eccetto che per la Sezione VI ed i tempi del paragrafo e della Sezione XI – devono essere applicate a partire dal 1° luglio 2019.

Antiriciclaggio stop di BankIt a ING BANK

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Antiriciclaggio e carenze organizzative: Banca d’Italia, con provvedimento del 12 marzo 2019, a seguito di verifiche ispettive dalle quali sono emerse carenze nel rispetto della normativa in materia di antiriciclaggio, ha imposto alla succursale italiana della ING Bank di astenersi dall’intraprendere operazioni con nuova clientela. La clientela in essere non viene toccata dal provvedimento.

Collegio sindacale responsabile per la Cassazione

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Con Ordinanza del 19 febbraio 2019 è responsabile il sindaco che non vigila, per la Cassazione. Infatti in tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, la complessa articolazione della struttura organizzativa del soggetto giuridico che opera non può comportare l’esclusione od anche il semplice affievolimento del potere-dovere di controllo riconducibile a ciascuno dei componenti del collegio sindacale.

IVASS PPI Lettera al mercato del 18 dicembre 2018

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Con lettera al mercato del 18 dicembre Ivass interviene sulle Polizze abbinate a finanziamenti (PPI) – modalità di calcolo del rimborso del premio non goduto in caso di estinzione anticipata totale o parziale del finanziamento. E’ emerso che le formule in concreto utilizzate, molto diverse tra imprese, non sempre risultano in linea con la richiamata normativa e non considerano l’effettivo debito residuo per la parte relativa al premio puro da restituire.

Vedi la lettera IVASS…

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